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Le Nozze del Re


 

Se dovessimo riassumere il contenuto delle letture di oggi in una frase in un pensiero, credo, lo potessimo indicare come un annuncio di speranza e di gioia; un messaggio di consolazione di Dio al suo popolo. Già profeta Isaia dice: Dio toglierà il velo di lutto, fara sparire la morte asciugherà ogni lacrima.

         Passando alla lezione evangelica, ascoltiamo da Gesù la parabola evangelica sulla continuazione e realizzazione di questa promessa: il regno dei cieli è come un re che fa nozze per il figlio e manda a chiamare gli invitati: prima alcuni invitati designati, poi, dopo il rifiuto di questi, tutti gli uomini. Il regno dei cieli è il banchetto di nozze; Gesù ne è lo sposo; Dio Padre, il re della parabola, l'autore e l'origine dell'intero progetto. Questo è il significato della parabola.

         Il banchetto nuziale è segno per eccellenza di gioia e la redenzione operata da Cristo è "la grande gioia per tutto il popolo". Banchetto di nozze, soprattutto, perché Gesù Cristo è venuto nel mondo per unire a sé l'umanità in maniera così nuova, così intima, da potersi parlare di uno sposalizio tra lui e la Chiesa. Paolo arriva a dire che il matrimonio dei cristiani è un grande mistero, una realtà bella e profonda, proprio perché ha per modello il rapporto sponsale che esiste tra Cristo e la sua Chiesa.

         Bisognerebbe fermarsi a metà pagina del Vangelo di oggi per rimanere in questo clima così radioso ed ottimista. Ma la visione esaltante che ci vede alla stessa tavola di Dio, come suoi commensali e amici dello sposo, ha una nube che la offusca: il rifiuto degli invitati. Nella parabola, il rifiuto di quegli invitati della prima ora alludeva al rifiuto che il popolo ebraico aveva opposto a Gesù e al suo messaggio. Essi, che erano i primi, divengono gli ultimi; altri, i pagani, prenderanno il loro posto.  Siamo noi quella seconda ondata di invitati, cercata nei crocicchi delle strade, fatta di buoni e cattivi come ha scritto S. Marco.

         Che sarà di noi? Siamo noi al riparo di ogni rifiuto? Siamo noi, davvero, sicuri di non decadere più dal Regno, di non essere buttati fuori dal banchetto, nelle tenebre esteriori? Anche per noi la parabola contiene, in un angolino, un grande avvertimento. Tra i nuovi invitati ce n'era uno non vestito a nozze; uno, cioè, che si trovava lì per caso, il cui cuore e i cui pensieri erano altrove: un opportunista, potremmo dire. Gli altri commensali non sono in grado di individuarlo; essi sono tratti in inganno; lo credono uno di loro. Non così, però, il padrone: il suo occhio, appena entrato nella sala, è su di lui: "Amico, perché sei qui?"

         Amico, perché sei qui? Fuori parabola, questa domanda è rivolta a ciascuno di noi. Ci costringe a rientrare in noi stessi e a chiederci se non siamo anche noi qui senza veste, se non siamo qui per caso, per abitudine, senza prendere parte e interesse a ciò che si svolge; se non siamo anche noi con il cuore assente e la mente persa dietro al proprio campo e ai propri affari.

         Diceva san Paolo ai primi cristiani: ognuno esamini attentamente se stesso prima di mangiare questo pane.

         Ciò che è in questione non è, evidentemente, solo il nostro essere qui - il perché siamo venuti a Messa - ma è anche, più radicalmente, il nostro essere nella Chiesa, il nostro essere cristiani. E' venuta forse l'ora, ancora una volta, in cui quelli che adorano Dio lo devono adorare in spirito e verità, come diceva Gesù alla Samaritana, cioè interiormente e a fatti, non per consuetudine o a parole. Il tempo di rendere cosciente e voluto ciò che si è compiuto nel nostro battesimo. Questo, forse, voleva dire il Signore con l'immagine della veste.

         "Di tali adoratori Dio ha bisogno": cioè di quelli che adorano a fatti e non solo a parole, di quelli che "ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica ogni giorno".

         Siamo noi di questi? In ogni caso, la parola di Dio ci invita a diventarlo. Ci dice che possiamo diventarlo. Cristiani veri, convinti, felici di esserlo: cristiani insomma "in spirito e verità". Non lo possiamo fare da noi; ma "il Signore è mio pastore", abbiamo cantato nel salmo responsoriale, perciò non manchiamo di nulla; i mezzi sono a nostra disposizione.

         A lui, Buon Pastore e Sposo della parabola, ora stiamo per accostarci in maniera diversa. Per mezzo del suo corpo eucaristico; chiediamo che ci doni anche il suo Spirito e la forza della sua risurrezione.


 
 
 

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